” In un mondo che ci vuole digitali e distanti, la pittura materica è il mio modo per dire: esistiamo, siamo qui, siamo fatti di carne e di calore umano. E abbiamo ancora bisogno di toccare la vita per capirla. ”
Luca Ballestra
Una riflessione sull’arte contempornea e sul bisogno di realtà
C’è una strana freddezza che attraversa una parte significativa dell’arte contemporanea oggi.
Spesso, entrando nelle gallerie, ci si imbatte in mostre e opere incentrate sul vuoto, sulla solitudine o su concetti così astratti e complicati che sembra quasi ci sia bisogno di un manuale per capire cosa si ha davanti.
È un’arte che a volte si chiude in se stessa, parlando un linguaggio freddo, distante o, al contrario, totalmente digitale, fatto per essere consumato nello swipe distratto dello schermo di un telefono.
In un mondo in cui passiamo ore a guardare immagini piatte e pixel, tutto rischia di diventare passeggero, senza peso. E allora viene da chiedersi: che fine ha fatto il valore della vita reale? Che senso ha, oggi, il corpo, la consistenza e la presenza fisica di un’opera d’arte?

Toccare la tela per toccare la vita
Io, nel mio studio, ho sentito il bisogno di fare l’esatto contrario rispetto a questa tendenza fredda. Ho scelto la pittura materica, quella fatta di spessore, di texture, di strati che puoi quasi toccare, perché per me l’arte deve celebrare la vita e l’energia, non il vuoto.
La materia che si accumula e prende forma sulla tela non parla di polvere o di una fine, ma di una nascita, di una presenza forte e dirompente.
Quando dipingo le mie Lune, non voglio solo fare un bel dipinto. Cerco di ricreare la mappa lunare con tutti i suoi crateri e i suoi solchi, dandogli una vera e propria tridimensionalità. Per me, ogni rilievo e ogni cicatrice sulla tela rappresenta il percorso di ognuno di noi. La Luna diventa il simbolo di un traguardo, di uno scopo profondo da raggiungere: è la meta luminosa che ci ricorda che anche i nostri momenti difficili (i nostri “crateri”) ci rendono unici e pieni di valore.
E la cosa bella della materia è che l’opera non è mai statica. Se la guardi la mattina con la luce del sole o la sera a luce soffusa, le ombre cambiano continuamente. Il quadro vive, si trasforma e dialoga con la stanza in cui si trova.

Dal pixel all’abbraccio: perché ho bisogno di condividere
Proprio perché la mia arte parla di vita e di cose reali, ho capito che non poteva rimanere chiusa tra le quattro mura dello studio o limitarsi a un post sui social. Ho una maledetta necessità di condividere tutto questo, di creare connessione e scambio vero con le persone. È un’urgenza che porto avanti su due binari paralleli:
• Nel mondo digitale: Aprendo le porte del mio studio attraverso i video e la comunicazione di tutti i giorni. Mi piace mostrare non solo il quadro perfetto e finito, ma la fatica reale, i dubbi, il processo creativo e le mani sporche di colore mentre la materia prende forma.
• Nel mondo fisico: Rompendo la barriera dello schermo attraverso installazioni immersive, come al MusAB, Laboratori di gruppo, Workshop e Open Studio.
Vedere le persone che guardano da vicino le texture, che si emozionano all’interno di un’esperienza dal vivo o che creano con le proprie mani durante un workshop è la parte più bella del mio lavoro.
L’opera d’arte non è un oggetto inanimato, ma si completa solo quando incontra gli occhi e l’energia di chi la guarda. È il nostro modo per ricordarci che, oltre ai pixel, siamo fatti di carne, di storie e di calore umano.



